• Dott. Stefano Manera

Martina

Aggiornato il: gen 5

Nel lavoro di un medico rianimatore la paura è una fedele compagna. All’inizio, quando sei giovane, può capitare che ti blocchi, che ti sbatta al muro lasciandoti senza respiro. Col passare degli anni impari a riconoscerla e diventa così un’amica con cui condividere le scelte, una guida che ti permette di non compiere passi falsi salvandoti spesso dalla caduta nel baratro. Quella notte tutto stava andando per il meglio e l’ospedale sonnecchiava silenzioso. Da poco era iniziato il turno della notte, il più lungo, ma anche l’unico in cui, a volte, è possibile pensare un po’ a se stessi, staccare la spina e sdraiarsi per qualche ora. L’aria della rianimazione era intrisa dell’odore del disinfettante, un odore familiare e confortante. Il ronzio dei ventilatori lo potevi quasi respirare tanto era avvolgente. A mezzanotte gli infermieri avrebbero preparato la pasta: era un rito e quella sera c’era anche il sugo fresco. Sul tavolo della cucina avevano già disposto il tagliere, gli ingredienti da mettere sul fornello e una bottiglia di vino del contadino portato da chi, in giornata, era stato a trovare dei parenti in campagna. A volte anche in ospedale c'è bisogno di respirare un po' di aria di casa.


Erano solo le 22, il trillo del telefono. Ricordo ancora le parole di quella telefonata. “Doc, scendi di corsa, è successo un disastro, il 118 ci manda un rosso, una ragazzina, non sappiamo altro!”, una voce molto concitata dal pronto soccorso, circondata da rumori forti e indefiniti. “Sì, arrivo subito, ma...” Nemmeno il tempo di sapere cosa fosse accaduto. Il ricevitore immediatamente riattaccato.


Arrivato nel corridoio del pronto soccorso gremito di folla, a quell’ora normale, vidi le persone in attesa fuori dall’area calda ed ebbi improvvisamente un sussulto. I volti, le lacrime, le urla: il dolore era arrivato prima di me. I soccorritori erano sudati e sporchi, il collega del 118 aveva il volto sfatto dalla fatica. Lei era sdraiata sul lettino, coperta da un telino termico, vestita solo di sangue. Martina quella notte aveva deciso di volare. Voleva volare lontano, ma non sapeva come. Lei però non aveva le ali e forse non le aveva mai avute. Martina aveva solo 24 anni. Nessuno le avrebbe mai voluto fare del male, tutti la amavano. Per lei quei 24 anni erano troppi, troppo pesanti, lei non si era mai amata. Il gesto era stato veloce, un istante. L’attesa forse, era stata tutta la vita. In quei momenti molti pensieri accalcano la mente con un senso di capogiro e vorresti che tutto quello che vedi non fosse vero. Proseguire la rianimazione cardipolmonare era vitale, i secondi preziosi ed era l’unica cosa da fare e a cui pensare in quel momento. La fedele compagna, la paura, si era fatta da parte. Lavorammo in tanti, ognuno al suo posto, medici e infermieri ordinatamente senza intralciarsi. Ognuno sembrava sapere cosa fare e come muoversi. Nessuno parlava, si sentivano solo gli ordini di chi stava guidando il gruppo e quella notte quell’ingrato compito era toccato a me. Martina doveva tornare. In quel momento pensavo ai suoi occhi che non avevo mai visto. Avrei voluto vedere che si aprissero, era tutto quello che volevo. Ma non li avrei visti. Quella notte no. Intubata, defibrillata più volte, fiumi di farmaci nelle vene, drenato un pneumotorace, trasfusioni, i protocolli eseguiti attentamente. Il suo cuore riprese a battere. Appena fu possibile corremmo in TAC dove tutto era già allestito. Una procedura rapidissima per una condanna senza possibilità di appello. Di nuovo una corsa, ma questa volta in sala operatoria, dove trascorremmo il resto della notte per domare una grave emorragia.


Martina era viva, era in coma, il trauma era stato gravissimo. Il salto le aveva spezzato la schiena, non avrebbe più camminato. Una delle esperienze più difficili in questo lavoro è quella di parlare coi parenti, comunicando notizie spesso drammatiche, cercando di farsi capire senza farsi travolgere dall’emotività. A sua madre bastò saperla viva, lei, l’unica figlia sempre così amata. Ricordo ancora che il suo abbraccio molto delicato mi fece un male profondo, perché aveva in sé tutto il dolore e la speranza di una madre. Martina non respirava da sola, il suo volto era sfigurato, il suo bel corpo immobile su quel letto. Lei voleva solo volare.


Rimase due mesi in rianimazione, mentre il suo corpo diventava sempre più magro. I suoi capelli radi, il viso pallido, gli occhi senza luce. Il suo fragile corpo era violato da macchine, cateteri ed esami, circondato da luci e allarmi perennemente attivi. All’inizio, quando aveva aperto gli occhi non vedeva nessuno, fissava il soffitto in continuazione, nessun tentativo riusciva a farmi avvicinare, a guadagnarmi uno sguardo, rinchiusa in quella gabbia di tubi e cavi. Martina poteva muovere solo la testa e parte del torace, respirava da un buco confezionato nella gola. Lentamente si aprì e imparò nuovamente a parlare, dapprima sillabe, poi parole sempre più lunghe. Non era facile ricominciare a respirare. Non era facile tornare a vivere. Trascorsi molto tempo a chiacchierare con lei, avvicinando l’orecchio alla sua bocca per sentire quello che mi diceva, cercando di capire quello di cui aveva bisogno. La mamma ci portò molte foto di Martina: era una ballerina classica e aveva un bellissimo pastore tedesco che la seguiva ovunque e che, da quando la sua padrona era stata ricoverata in ospedale, se ne stava quasi tutto il tempo sdraiato sul tappeto dell’ingresso. Ricordo che amava studiare; a casa, prima dell’incidente, leggeva tantissimo e in molti prendemmo l’abitudine di leggere ad alta voce per lei, rimanendo spesso in reparto oltre l’orario di lavoro. Una sera mi sorrise e spalancò gli occhi. Martina aveva occhi bellissimi e finalmente li vidi. Quella sera mi donò per sempre il suo sorriso e mi disse una frase che ricordo ancora perfettamente e che mi fece commuovere profondamente: “Stefano, riuscirò a volare, come in un balletto. Prima o poi sarò libera. E’ tutta la vita che lo voglio”.


Per due mesi rimasi quasi ininterrottamente in ospedale, anche perché l’andamento di Martina fu sempre un po’ altalenante: il trauma, gli interventi subiti e le infezioni avevano indebolito definitivamente quel giovane e delicato corpo. Martina morì due mesi dopo, una polmonite la uccise. Aveva 24 anni e nessuno avrebbe mai voluto farle del male, tutti la amavano. Andò via in silenzio, leggera, per sempre, come in un balletto e come da sempre avrebbe voluto fare, malata di quel brutto male che si chiama depressione. Andò via circondata dall’amore dei suoi genitori, degli amici che non smisero mai di venirla a trovare e di chi si era preso cura di lei ininterrottamente in quei due mesi. Andò via per sempre, ma con me rimase il suo sguardo dolce e il suo sorriso che, quella sera, aveva deciso di donarmi. Ancora oggi, dopo tanti anni, mi capita di riguardare una foto che mi regalò il papà e la penso con tanto affetto, grato per il dono bellissimo che mi fece: avermi insegnato ad amare la vita apprezzandone ogni istante.




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