• Dott. Stefano Manera

Maschere ed essenza

Fateci caso, normalmente le persone indossano molti orpelli sfavillanti per modellare la propria immagine e renderla positiva agli occhi degli altri.


Spesso le persone gonfiano il petto o fanno la ruota come i pavoni, cercando di far vedere altro di sé, per cercare di mostrare capacità o abilità.

Tante persone si danno importanza e si convincono di essere migliori di altri, iniziano così a recitare un ruolo finendo poi per crederci.


Non parlo necessariamente di oggetti, ma soprattutto di credenze.

Parlo di chi crede di essere migliore perché svolge bene qualche asana, perché recita dei mantra meravigliosi, perché ha fatto un corso di un weekend dove ha digiunato, bevuto tisane amare, ripulito il colon e letto testi di una qualche tradizione mai esistita.


Parlo del grandissimo problema della spiritualità 2.0.

Cioè del nulla che fa credere di essere qualcuno. Dell’esibizione, delle apparenze, delle vanità.

Parlo delle aspettative che nutriamo su di noi e sugli altri.

Parlo dell’incapacità di osservare realmente la nostra anima, col suo candore e con le sue macchie.


Al contrario, è possibile anche aggiungere benzina ad un fuoco già bruciante, a un concetto di sé negativo, a una disistima radicata, a una cecità dei propri pregi, esagerando difetti o debolezze.

Identificandosi nella perdita, nella mancanza e nell’incapacità.


Sappiamo intrinsecamente che questa costruzione, che l'immagine di noi che portiamo in giro e presentiamo al mondo, non è sostanziale e reale, eppure su questa immagine investiamo soldi ed energie e finiamo col confonderla con la realtà.


Gradualmente ci ritroviamo a vivere nella storia indossando queste maschere.

Pensiamo di essere connessi, di risuonare, di vibrare.

Dopo un po’ di tempo, non potremo più separare la storia che ci raccontiamo da ciò che realmente siamo.

A quel punto non potremo nemmeno immaginare di esistere senza la nostra immagine (e i suoi accessori) per il mondo.

Presentarci nudi ci fa paura, ci atterrisce, ci annienta.


Poi, un bel giorno, arriva qualcosa o qualcuno che fa crollare ciò che sembrava così solido, esponendoci finalmente al mondo per quello che siamo.

Esponendo le nostre debolezze, le nostre fragilità e le nostre paure.

Tutto crolla, rapidamente e inevitabilmente.


È lì che ci rendiamo così conto che siamo anime fragili che cambiano costantemente impressioni e rappresentazioni, la cui storia è tenuta insieme malamente da un po’ di colla, dalle abitudini e dalle finzioni.

Arriviamo alla realizzazione che ciò che siamo (o che crediamo di essere) non è immutabile, che non è per sempre.

Che rischieremo sempre di correre dietro a qualcosa che non potremo mai raggiungere.


Se avremo fortuna, capiremo che la nostra realizzazione non è ottenere il plauso delle persone, non è la fama, né il clamore.

Capiamo che realizzare noi stessi è capire l’ESSENZA e questa è solo un'azione interiore, un processo che facciamo in noi, in cui tutto il resto fuori da noi smette di avere importanza.

È l’esercizio del silenzio, dell’ascolto silenzioso e dell’accettazione.

E' guardare una persona che ti sta parlando e capire che di fronte ai tuoi occhi si sta compiendo una vita, anche per soli 5 minuti.

È l’abbandono delle aspettative e l’immersione nel fluire della vita.

È il non giudizio esercitato nell’accoglienza.

E' diventare piccoli e agire con movenze delicate come quelle di una ballerina ed essenziali come quelle di un chirurgo.


Accogliere se stessi nel silenzio è il miglior esercizio: faticoso, improbo, spesso irriconoscente, ma indispensabile.

Accogliere nel silenzio conduce alla via dell’Essenza.


Tutti noi nasciamo già come espressione di unicità e di unità.

Tutti noi coltiviamo nei nostri cuori il germoglio dell’Essenza, pronto a diventare pianta radicata, in sintonia col tutto.


Perché dunque dovremmo lavorare duramente e inutilmente per tutta la vita, per cercare di essere qualcosa di più di questo?




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