• Dott. Stefano Manera

Papà, parlami della morte

"Papà mi ha raccontato che la mamma è volata in cielo e che mi guarda ogni giorno da lassù", mi ha detto Roberta, 6 anni. "Io so che Giulio ora è su una nuvola e si diverte con tanti altri bambini e coi nonni", mi ha detto Francesco, 5 anni, parlandomi del suo fratellino, morto poche settimane prima per una leucemia fulminante.


Questi sono solo 2 dei tanti racconti che molti bambini mi hanno detto, cercandomi di parlare della morte di un loro parente. E' difficilissimo parlare della morte a un bambino, pensi sempre che non possa capire o, peggio, che non debba capire. I bambini lo sentono prima ancora che tu gli parli, sanno bene che la persona amata non è più con loro e ne soffrono tremendamente la mancanza perché non sanno darsi un perché.


Claudio, 7 anni, un giorno mi ha raccontato che lui tutte le notti si svegliava e parlava con la sua mamma e non capiva perché lei non gli rispondesse e non tornasse. Mi diceva che forse era stato tanto cattivo, perché il papà gli aveva detto che era partita per un lungo viaggio. Un giorno mi disse che il suo cuore non ce la faceva più e che voleva morire.


La morte è diventata medicalizzata, innaturale, innominabile e pornografica. Un tempo ai bambini si raccontava della cicogna e dei cavoli, ma li si chiamava al capezzale del nonno per l'ultimo saluto e perché ne ricevessero la benedizione. Oggi invochiamo l'educazione sessuale nelle scuole (intendiamoci, per me va benissimo ed è doverosa), ma nascondiamo la morte e raccontiamo che la nonna è partita per un lungo viaggio. Muoriamo nascosti, segregati in ospedale o in istituti, lontani dalla vista, perché la morte è brutta, ripugnante, vergognosa. La morte è nascosta persino allo stesso morente che però sa e capisce e si trova pertanto in una condizione di smarrimento e disperazione perché è solo. La morte è sconosciuta alla maggior parte delle persone o, meglio, è conosciuta per via dei film che però ne danno una visione teatralizzata e non reale, senza i suoi suoni, i suoi odori, le sue lacrime e i suoi sospiri.


Siamo una generazione senza morte, ma paradossalmente la generazione che ha il compito di riappropiarsene, prendendone coscienza, assistendo e accompagnando i malati terminali che saranno, ahimé, sempre più numerosi. Siamo la generazione che non dovrà più raccontare ai bambini che i nonni, i genitori o il fratellino sono partiti per un lungo viaggio, ma che dovranno accompagnarli per mano e insegnare loro con tenerezza e amore che la morte fa parte della vita e che altro non è che un ritorno a ciò che si era prima di nascere.


© Stefano Manera




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