SCEGLIAMO SEMPRE LA COMPASSIONE
mente (cervello)
5 gennaio 2022
Scegliamo sempre la compassione | Stefano Manera Blog

In questi ultimi due anni ho ricevuto nel mio studio molte persone che si sono fatte carico di sostenere amici, parenti o colleghi nel dolore della pandemia o di aiutarli a sopportare o elaborare un lutto.
Queste persone sono state dei punti di riferimento, hanno aiutato, sostenuto e sopportato molto dolore grazie alla loro sensibilità, spesso condividendo pubblicamente le proprie vulnerabilità e il loro sentire.
In breve, si sono accollati un grosso fardello emotivo.

 

Naturalmente, questo tipo di empatia è fondamentale, ma l’eccesso può diventare un problema che appesantisce.
Un consiglio molto importante da dare è: non prendete su di voi le difficoltà delle persone, non fatevi carico di questo enorme fardello, liberatevene.

 

Possiamo cambiare punto di vista.
Invece di sop-portare quel carico insostenibile di empatia, potete imparare a sperimentare l'esperienza elevata della compassione.
Questo è un enorme cambiamento nel modo in cui potete interagire con le altre persone, un cambiamento che avvantaggia enormemente tutte le parti.
Il cambiamento inizia dalla comprensione della differenza tra empatia e compassione.

 

Le parole "empatia" e "compassione" sono talvolta usate in modo intercambiabile.
Rappresentano entrambe tratti positivi e altruistici, ma non si riferiscono alla stessa esperienza.
È utile considerare le due qualità distinte della compassione: comprendere ciò che l’altro sta provando e la volontà di agire per alleviarne la sofferenza.
Il diagramma che ho elaborato distingue visivamente la compassione dalle esperienze simili di empatia e pietà.

 

 

 

 

  • In basso a sinistra c’è la pietà.

Quando proviamo pietà, abbiamo poca volontà di agire e poca comprensione dell'esperienza di un altro.

Ci dispiace semplicemente per lui.

 

  • Salendo di un altro livello, arriviamo all'empatia

Con l’empatia abbiamo una comprensione profonda e viscerale dell'esperienza dell'altra persona.

La sentiamo, prendiamo letteralmente le emozioni dell'altra persona e le facciamo nostre.

Sebbene sia un sentimento nobile, può non aiutare necessariamente l'altro, se non forse per farlo sentire meno solo nella sua esperienza.

 

  • Infine, in alto a destra, abbiamo la buona comprensione di ciò che l'altra persona sta vivendo e inseriamo la nostra volontà di agire.

La compassione è la comprensione dell'esperienza dell'altro con un sentire maggiore rispetto a quello dell'empatia perché in questo vissuto facciamo convivere la nostra consapevolezza emotiva con la comprensione razionale.

La compassione si manifesta quando ci allontaniamo dall'empatia e ci chiediamo cosa possiamo fare realmente per sostenere la persona che sta soffrendo.

In questo modo la compassione è un'intenzione carica di un'emozione.

 

Perché è importante?
Un terapeuta o un coach se utilizzassero solo l’empatia, non sarebbero mai in grado di prendere delle decisioni perché con la sola empatia rispecchierebbero le emozioni dei pazienti o dei clienti, il che renderebbe impossibile considerare realmente il bene più grande.

L'empatia spesso ci aiuta a fare ciò che è giusto, ma a volte ci motiva anche a fare ciò che è sbagliato.


Una ricerca di Paul Bloom, professore di scienze cognitive e psicologia alla Yale University e autore di Against Empathy1, ha scoperto che l'empatia può distorcere il nostro giudizio.
Nello studio, sono stati creati due gruppi di persone che hanno visto un video di un ragazzo malato terminale che descriveva il suo dolore.
A un gruppo è stato chiesto di identificarsi e provare sentimenti per il ragazzo. L'altro gruppo è stato incaricato di ascoltare in modo obiettivo e di non impegnarsi emotivamente.
Dopo aver ascoltato la registrazione, a ogni persona è stato chiesto se avrebbe spostato il ragazzo in una lista di cure prioritarie gestita dai medici.
Nel gruppo emotivo, tre quarti dei partecipanti hanno deciso di spostarlo in cima alla lista contro l'opinione dei professionisti medici, sottraendo potenzialmente le risorse terapeutiche ad altre persone con maggiori possibilità di sopravvivenza.
Nel gruppo obiettivo, solo un terzo dei partecipanti ha espresso la stessa volontà.

 

La sola empatia può offuscare il nostro giudizio, incoraggiare i pregiudizi e renderci meno efficaci nel prendere decisioni sagge.
Ma come ho scritto in un mio recente articolo L'empatia può realmente esaurirsi?, sarebbe gravissimo se un terapeuta perdesse l'empatia verso i pazienti: sarebbe bene che cambiasse in fretta lavoro.
L'empatia è essenziale per la connessione e quindi possiamo sfruttarne la scintilla per poi agire con compassione.

E qui sta la sfida: tendiamo spesso a rimanere intrappolati dalla nostra empatia, rendendoci incapaci di passare realmente alla compassione.


Mi ricordo tanti anni fa, in ospedale quando lavoravo in rianimazione, una collega più anziana durante un colloquio con i parenti scoppiò a piangere in maniera inconsolabile.
Il confronto con quelle persone sofferenti aveva fatto riemergere antiche ferite, un vero e proprio controtranfert, che avevano usato la forte empatia della dottoressa agendo come leve sabotanti.
In quel momento la collega non era stata più in grado di comunicare, consolare e aiutare.

 

Usiamo l'empatia come trampolino di lancio, come guida verso la compassione, senza che ci si ritorca contro: questa è un'abilità fondamentale per qualsiasi terapeuta.
Nel padroneggiare questa abilità dobbiamo ricordare che allontanarci dall'eccesso empatico non ci rende meno umani o meno gentili, piuttosto ci rende maggiormente in grado di aiutare le persone nei momenti difficili.

 

Ecco 5 consigli per usare l'empatia come catalizzatore per poi agire nella compassione.

 

1. Usciamo dallo spazio emotivo per avere una prospettiva più chiara della situazione e della persona.

Per evitare di essere coinvolti in un dirottamento empatico quando siamo con qualcuno che sta soffrendo, proviamo a cambiare prospettiva.

Non si tratta di fare un passo indietro, ma più opportunamente si tratta di fare un “passo accanto”, che ci permette di porci in una posizione per una chiara visione non impigliata nelle briglie emotive dell’altro, che ci permette di essere equanimi.
Solo con questa prospettiva potremo aiutare.
Creando questa distanza emotiva (n.b. non distacco) potrebbe succedere di sentirci scortesi, ma è importante sapere che non ci stai allontanando dalla persona. Ci stiamo invece allontanando dal problema per poterlo osservare e questo ci rende maggiormente lucidi emotivamente, liberi dal legame simbiotico del “troppo vicino” che non consente di vedere e sentire con purezza.

Ci poniamo a una distanza di sicurezza per non farci travolgere nelle sabbie mobili dell’altro, in modo da radicarci bene e tendere la mano per fare in modo che quando l’altro si appiglia, non sia in grado di tirarci giù.
Questa attitudine può essere assimilata a quella che nel buddhismo prende nome di equanimità (upekkhā) e l’equanimità è sempre alla base della compassione (karuṇā).

 

2. Chiediamo sempre "Cosa è importante per te ora?"
Quando facciamo questa semplice domanda abbiamo avviato una soluzione al problema dando alla persona l'opportunità di riflettere su ciò che potrebbe essere necessario fare. Per la persona sofferente, il primo passo per essere aiutata è sentirsi ascoltata e vista.

Solo se ti ascolti e ti vedi, puoi essere davvero ascoltato e visto dall’Altro. L’Altro (cioè il terapeuta) è un mezzo, uno specchio attraverso il quale ci si osserva, ma bisogna tenere sempre a mente che gli occhi sono i nostri, che l'azione spetta sempre e solo a noi.

 

3. Ricordiamo il grande potere della non azione.
Generalmente vogliamo fare, perché se non facciamo abbiamo l’impressione di essere inefficaci. Ma una persona sofferente in molti casi non ha bisogno delle nostre soluzioni; ha solo bisogno del nostro orecchio e della nostra presenza premurosa.
Molti problemi devono solo essere ascoltati e riconosciuti. In questo modo, il "non agire" può spesso essere il mezzo più potente per aiutare.

 

4. Facciamo sì che la persona possa trovare la propria soluzione.
Come ho già scritto, il terapeuta non è la risoluzione dei problemi delle persone.
Il nostro compito è quello di far crescere e sviluppare le persone, in modo che loro stessi abbiano la capacità di risolvere i loro problemi.
Evitiamo di togliere alle persone questa preziosissima opportunità di apprendimento della vita risolvendo direttamente i loro problemi, invece alleniamoli e guidiamoli.
Mostriamo loro un percorso per trovare le loro risposte, qualsiasi esse siano.

 

5. Pratichiamo la cura di noi stessi.
Pratichiamo l’autocompassione (la self-compassion) attraverso un autentico apprendimento a prenderci cura prima di tutto di noi stessi.
Prenderci cura dell’altro richiede un grandissimo lavoro emotivo, che può avere
un costo molto elevato per gestire i nostri sentimenti.
Assorbire, riflettere e reindirizzare il sentito delle altre persone può essere addirittura travolgente.
La cura di noi stessi consiste nel creare un ambiente di lavoro confortevole, ripulirlo frequentemente, fare i giusti periodi di pausa, dormire e mangiare adeguatamente, coltivare relazioni nutrienti e praticare sempre la consapevolezza.

La cura di noi stessi è il preludio alla compassione. "Ama il Prossimo tuo come Te stesso" (Mt 22,37-40).

È per questo che per essere dei buoni care-giver o curatori, come meglio si potrebbe dire in italiano, dobbiamo prima prenderci tanta cura di noi.

Se io sto bene, posso aiutarti, se no rischio di fare dei guai, anche perché il terapeuta dovrebbe essere esempio.

Eh sì, la cura di noi consiste nel connetterci, quotidianamente, con ciò che risuona con il nostro stare bene e tutto parte dalla pratica della consapevolezza.

 

La pratica della compassione può essere riassunta così:

  • raccogli l'attenzione;
  • richiama l'intenzione;
  • sintonizzati con te stesso e con l’altro;
  • considera le risorse;
  • agisci e porta a termine il tuo compito.

 

Abbiamo bisogno di trovare modi per rimanere resilienti, radicati e in sintonia con noi stessi.

La compassione in lingua pali è karuṇā, uno dei 4 Brahmavihara, i 4 incommensurabili stati mentali.

Karuṇā nel pensiero buddhista è intimamente connessa alla dottrina dell'anattā, ovvero del sogno, dell'illusione e in un certo senso dell'impermanenza. 

L'anattā è ciò che svela il mistero dell'interdipendenza degli esseri ed è anche un'aspetto della sofferenza, non c'è dubbio, infatti ci permette di comprendere come nulla così com'è sia durevole, tutto sia cioè impermanente.

Anche l'io attorno al quale costruiamo tutta la fortezza della nostra vita è fatto della stessa incosistente stoffa: anattā.

Comprendere che il nostro io, l'io belligerante, l'io ingombrante e invadente è incosistente, ci permette di liberarcene, di affrancarci dall'alterità, di esperire veramente l'interdipendenza e di comprendere la vera essenza della compassione.

 

Per fare tutto questo non bisogna essere necessariamente dei bodhisattva, è sufficiente praticare assiduamente, non perdersi d'animo e lasciare andare.

Quando avremo affinato queste qualità, le persone potranno appoggiarsi a noi e, mano nella mano, trovare un vero conforto in noi e nel nostro benessere che farà da cassa di risonanza al loro, in modo tale da accrescerlo, grazie alla nostra presenza non giudicante

 

-----

 

Ho scritto un altro post sull'argomento empatia: L'empatia può realmente esaurirsi?

Bibliografia:
Paul Bloom, Against Empathy: The Case for Rational Compassion. 2016, Random UK
 









web design